Pascomi di dolor, piangendo rido. Commento a un sonetto di Petrarca

 
1. Pace non trovo, et non ò da far guerra;

2. e temo, et spero; et ardo, et son un ghiaccio;

3. et volo sopra ’l cielo, et giaccio in terra;

4. et nulla stringo, et tutto ’l mondo abbraccio.
5. Tal m’à in pregion, che non m’apre né serra,

6. né per suo mi riten né scioglie il laccio;

7. et non m’ancide Amore, et non mi sferra,

8. né mi vuol vivo, né mi trae d’impaccio.
9. Veggio senza occhi, et non ò lingua et grido;

10. et bramo di perir, et cheggio aita;

11. et ò in odio me stesso, et amo altrui.
12. Pascomi di dolor, piangendo rido;

13. egualmente mi spiace morte et vita:

14. in questo stato son, donna, per voi.
Pascomi di Dolor, piangendo rido. 

Petrarca è un uomo diviso; è diviso tra due ere, quella medievale e quella rinascimentale; sente il peso della fine di un’epoca, ma ancora non sa che sta per iniziarne una nuova. Petrarca è un uomo che ama profondamente, ama se stesso più di ogni altra cosa e ama anche una donna e la ama profondamente, con passione e dolore. Perchè l’amore è dolore, anche.

La figura retorica che meglio rappresenta Petrarca e il suo essere diviso non può che essere l’antitesi, ovvero l’accostamento di due immagine in completa antitesi tra loro, in contasto, in opposizione: il bene e il male, il piacere e il dolore, la guerra e la pace. Questo sonetto, oltre a essere uno tra i più famosi, è secondo me il più rappresentativo: non credo si possa descrivere meglio il tormento che l’amore dà. 

A tal proposito mi torna anche alla mente una scena del film Love Actually in cui il piccolo Sam, innamorato della compagna di scuola, parlando con il suo patrigno definisce l’amore a total agony. Ha ragione. L’amore, quello fuori controllo, è agonia.

E’ come essere in guerra, ma non avere le armi per combattere. Si teme di fallire, ma si vive nella speranza che vada tutto bene; la passione brucia come un fuoco nel petto, ma si resta immobili come lastre di ghiaccio, forse aspettando di disciogliersi e scomparire. L’amore è totalizzante e ci dà la sensazione di essere dei giganti che con le loro braccia possono avvolgere l’intero mondo, anche se l’oggetto del nostro amore non è accanto a noi.

Petrarca usa una nuova figura retorica nella seconda quartina, la metafora, ovvero spiegare qualcosa tramite un’immagine: in questo caso è, forse direte banalmente, la prigione: sentirsi quasi senza libertà. Ma non è banale, perchè c’è quel quasi: è infatti una prigione che però ha la porta aperta, quindi non è una totale chiusura: é un Amore che non ti tiene con sè, ma nemmeno ti lascia andare; non uccide, ma nemmeno toglie le catene. Quante volte siamo stati trattati così dall’amore? Quel tormento alimentato di sicuro da una buona dose di follia per cui una persona non ti lascia andare, ma nemmeno ti trattiene? Quelle frasi lasciate a metà che vogliono dire tutto, ma non lo dicono. Quei gesti che si sopportano perchè dopo uno schiaffo, il bacio arriva sempre. E così amore non ti uccide, ma nemmeno ti toglie di torno. Morissi almeno! uccidimi, metaforicamente s’intende, nel senso di uccidimi nel tuo cuore, così che io possa vivere da un’altra parte. E invece no. Non uccide questo amore,  ma per come mi tratta, sembra che non mi voglia vivo; perchè se mi volesse vivo, si prenderebbe cura di me, mi nutrirebbe, mi darebbe da bere. E invece non nutre nè cura, ma nemmeno mi leva dai coglioni. 

E quindi ci si illude, si guarda cioè senza occhi, per vedere ciò che non c’è relamente, ma che si vede solo con gli occhi dell’anima. E la stessa anima grida, in un celato urlo che non emette suono. 

Ma Petrarca non è uno scemo e soprattutto, come ho detto all’inizio, lui ama molto se stesso e il suo amor proprio lo spinge a capire che in questa cavolo di situazione lui desidera morire perchè non si può sopportare di essere trattati così; e per questo chiede aiuto (cheggio aita). Chiede aiuto perchè non vuole morire. Ma quando sente di voler invece morire, si odia per questo. Perchè lui si ama, dopotutto, e non si sopporta così. Si detesta. Ha in odio se stesso perchè ama una donna (che per altro non osa nemmeno nominare e la chiama altrui.) che lo fa stare così. Il punto è che lui, a mio parere, non sopporta il fatto che l’amore per una seconda persona sia più forte dell’amore che prova per se stesso. Io in quell’altrui ci vedo un generico altrui, sebbene in altri componimenti si sia già rivolto alla donna da lui amata chiamandola altrui. 

E come ci si può non odiare, sapendo che l’amore per qualcun altro è più forte dell’amore per noi stessi? Ci risponde nell’ultima terzina: mi nutro di dolore. Il nutrirsi è sinonimo di vivere: se non ci nutriamo, moriamo, quindi chiunque si ami, mangia. Ecco, Petrarca si nutre di dolore, quindi il dolore lo mantiene in vita. Ecco come lui si prende alla fine cura di sè: non si è lasciato andare alla morte, perchè lui non vuole morire (nè vivere, ma nemmeno morire): lui continua a nutrirsi perchè vuole restare vivo e il dolore gli permette di esserlo. Di esserci. Di essere. 

Piangendo rido. Forse Petrarca era anche autoironico. 

  
 

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Categorie: Higitus Figitus | Lascia un commento

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