Pascomi di dolor, piangendo rido. Commento a un sonetto di Petrarca

 
1. Pace non trovo, et non ò da far guerra;

2. e temo, et spero; et ardo, et son un ghiaccio;

3. et volo sopra ’l cielo, et giaccio in terra;

4. et nulla stringo, et tutto ’l mondo abbraccio.
5. Tal m’à in pregion, che non m’apre né serra,

6. né per suo mi riten né scioglie il laccio;

7. et non m’ancide Amore, et non mi sferra,

8. né mi vuol vivo, né mi trae d’impaccio.
9. Veggio senza occhi, et non ò lingua et grido;

10. et bramo di perir, et cheggio aita;

11. et ò in odio me stesso, et amo altrui.
12. Pascomi di dolor, piangendo rido;

13. egualmente mi spiace morte et vita:

14. in questo stato son, donna, per voi.
Pascomi di Dolor, piangendo rido. 

Petrarca è un uomo diviso; è diviso tra due ere, quella medievale e quella rinascimentale; sente il peso della fine di un’epoca, ma ancora non sa che sta per iniziarne una nuova. Petrarca è un uomo che ama profondamente, ama se stesso più di ogni altra cosa e ama anche una donna e la ama profondamente, con passione e dolore. Perchè l’amore è dolore, anche.

La figura retorica che meglio rappresenta Petrarca e il suo essere diviso non può che essere l’antitesi, ovvero l’accostamento di due immagine in completa antitesi tra loro, in contasto, in opposizione: il bene e il male, il piacere e il dolore, la guerra e la pace. Questo sonetto, oltre a essere uno tra i più famosi, è secondo me il più rappresentativo: non credo si possa descrivere meglio il tormento che l’amore dà. 

A tal proposito mi torna anche alla mente una scena del film Love Actually in cui il piccolo Sam, innamorato della compagna di scuola, parlando con il suo patrigno definisce l’amore a total agony. Ha ragione. L’amore, quello fuori controllo, è agonia.

E’ come essere in guerra, ma non avere le armi per combattere. Si teme di fallire, ma si vive nella speranza che vada tutto bene; la passione brucia come un fuoco nel petto, ma si resta immobili come lastre di ghiaccio, forse aspettando di disciogliersi e scomparire. L’amore è totalizzante e ci dà la sensazione di essere dei giganti che con le loro braccia possono avvolgere l’intero mondo, anche se l’oggetto del nostro amore non è accanto a noi.

Petrarca usa una nuova figura retorica nella seconda quartina, la metafora, ovvero spiegare qualcosa tramite un’immagine: in questo caso è, forse direte banalmente, la prigione: sentirsi quasi senza libertà. Ma non è banale, perchè c’è quel quasi: è infatti una prigione che però ha la porta aperta, quindi non è una totale chiusura: é un Amore che non ti tiene con sè, ma nemmeno ti lascia andare; non uccide, ma nemmeno toglie le catene. Quante volte siamo stati trattati così dall’amore? Quel tormento alimentato di sicuro da una buona dose di follia per cui una persona non ti lascia andare, ma nemmeno ti trattiene? Quelle frasi lasciate a metà che vogliono dire tutto, ma non lo dicono. Quei gesti che si sopportano perchè dopo uno schiaffo, il bacio arriva sempre. E così amore non ti uccide, ma nemmeno ti toglie di torno. Morissi almeno! uccidimi, metaforicamente s’intende, nel senso di uccidimi nel tuo cuore, così che io possa vivere da un’altra parte. E invece no. Non uccide questo amore,  ma per come mi tratta, sembra che non mi voglia vivo; perchè se mi volesse vivo, si prenderebbe cura di me, mi nutrirebbe, mi darebbe da bere. E invece non nutre nè cura, ma nemmeno mi leva dai coglioni. 

E quindi ci si illude, si guarda cioè senza occhi, per vedere ciò che non c’è relamente, ma che si vede solo con gli occhi dell’anima. E la stessa anima grida, in un celato urlo che non emette suono. 

Ma Petrarca non è uno scemo e soprattutto, come ho detto all’inizio, lui ama molto se stesso e il suo amor proprio lo spinge a capire che in questa cavolo di situazione lui desidera morire perchè non si può sopportare di essere trattati così; e per questo chiede aiuto (cheggio aita). Chiede aiuto perchè non vuole morire. Ma quando sente di voler invece morire, si odia per questo. Perchè lui si ama, dopotutto, e non si sopporta così. Si detesta. Ha in odio se stesso perchè ama una donna (che per altro non osa nemmeno nominare e la chiama altrui.) che lo fa stare così. Il punto è che lui, a mio parere, non sopporta il fatto che l’amore per una seconda persona sia più forte dell’amore che prova per se stesso. Io in quell’altrui ci vedo un generico altrui, sebbene in altri componimenti si sia già rivolto alla donna da lui amata chiamandola altrui. 

E come ci si può non odiare, sapendo che l’amore per qualcun altro è più forte dell’amore per noi stessi? Ci risponde nell’ultima terzina: mi nutro di dolore. Il nutrirsi è sinonimo di vivere: se non ci nutriamo, moriamo, quindi chiunque si ami, mangia. Ecco, Petrarca si nutre di dolore, quindi il dolore lo mantiene in vita. Ecco come lui si prende alla fine cura di sè: non si è lasciato andare alla morte, perchè lui non vuole morire (nè vivere, ma nemmeno morire): lui continua a nutrirsi perchè vuole restare vivo e il dolore gli permette di esserlo. Di esserci. Di essere. 

Piangendo rido. Forse Petrarca era anche autoironico. 

  
 

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L’amore è un riflesso

Va bene, scrivo qualcosa su san valentino.

Oggi, come ogni anno a San Valentino, ero in giro con la mia migliore amica e siamo approdate all’acquario civico. Mi hanno colpita tre cose.

La prima è stata la murena.

La seconda ve la mostro

  
Sì, sembrano due stelle marine che si tengono per mano. Invece è una stella marina riflessa. Io esclamo entusiasta “Guarda Michi! Due stelle marine che si amanao!”, ma lei accorre subito a togliermi ogni velleità romantica e afferma: “No amica, è il riflesso.” sigh. Non ci rimango male perchè ricordo immediatamente un post-it che avevamo appeso in casa sul nostro armadio-bacheca in cui avevo sentenziato che l’amore è solo un’impalcatura. In questo caso, un riflesso.  Quindi ora potrei dirvi che noi crediamo di amare qualcuno, ma in realtà amiamo solo noi stessi, vedenndo nell’altro ciò che noi desideriamo vedere. Ma se vi dicessi questo sarei una delle tante voci che devono denigrare per forza la festa degli innamorati, che ormai sono diventate anche loro una tradizione. San Valentino è una festa di merda, ma non voglio essere cinica e disfattista così per moda: voglio fornire prove. Anche perchè io a prima vista, il riflesso non l’ho visto e forse questa è la prima prova che posso fornire per supportare la teoria San Valentino Merda (d’ora in avanti SVM). In che senso? Nel senso che io ho visto ciò che volevo vedere: avevo bisogno di romanticismo e ho visto due stelle marine che si davano la mano. Questo secondo me accade spesso. Scegliamo un partner in base a ciò di cui in quel momento abbiamo bisogno e continuiamo ad avere di lui l’immagine che ci fa comodo, fin quando ci siamo rotti gli zebedei e improvvisamente tutto ciò che ci è sempre piaciuto di lui ci dà fastidio. Non ditemi che non ho ragione. I miei ex si innamoravano della mia esuberanza e dopo un po’ di tempo mi rimproveravano la mia esuberanza. Io adoro il tipo bello e selvaggio, un po’ misterioso e solitario, ma passati 4 mesi se non mi chiama per cinque ore non penso che forse è in missione speciale per conto dell’FBI o a passeggiare con il suo lupo nella campagna brianzola, penso che mi sta tradendo, ignorando o peggio, che non mi ama più. Ma perchè? Perchè le mie priorità sono cambiate. All’inizio volevo la storia d’amore shock da raccontare alle mie amiche e lasciarle senza fiato; poi, passato lo scoop, vorrei una famiglia e dei bambini. Allora vada per il tipo normale che dà stabilità; ma appena avrà assolto al suo dovere, quel suo dolce senso paterno, quei suoi piedini adorabili con su le pantofole, diventeranno una camera a gas da cui fuggire a gambe levate. Allora sarà la volta del ragazzo sesso e niente sbatti, quello che ti fa sentire una bomba sexy anche se hai tre figli, ma che non ti crea troppi sbatti perchè comunque c’hai appunto tre figli a cui dedicarti e non hai tempo per una cosa seria. Poi il ciclo riparte. Quello che ho descritto non è altro che la continua ricerca del proprio riflesso, o meglio del riflesso dei nostri desideri. E non importa se quello che abbiamo davanti è un ragazzo pieno di sè che ama farsi i cazzi suoi, per noi sarà selvaggio; non importa se è noioso da morire, per noi sarà un tipo paterno; non importa se è uno psicopatico ninfomane, per noi sarà sexy. E quando cambia la nostra velleità, ci lamenteremo dicendo che lui è cambiato, che prima era dolce, ora è noioso: no bella, era noioso anche prima, ma lo eri anche tu. 

Adesso non vi dirò che dovete amarvi sempre e non solo a SVM, né vi dirò che avete rotto il cazzo con i post sull’aver scoperto che  fare le ore piccole in discoteca non è appagante come svegliarsi per la poppata (sì, ho visto i tuoi post e non li ho commentati di proposito perchè oggi la pensi così, ma a 19 anni non credo); non vi dirò nemmeno che siete degli illusi o che non avete capito nulla dell’amore perchè non lo penso. Io penso che ciò che uno vede è in fin dei conti ciò che conta. Se sei cornuto e non lo sai, non lo sai. Se il tuo uomo cesso è per te l’essere più meraviglioso che l’universo abbia creato, meglio così, proabilmente è vero: è bellissimo. Se M. non mi avesse detto del riflesso, io non me ne sarei accorta. L’amore è probabilmente un’impalcatura, cioè una finta parete, ma le impalcature servono per creare delle pareti vere, quindi magari il riflesso serve anch’esso a qualcosa: per esempio a truccarci o a scovare i punti neri o a vedere come stiamo bene (o male) con un certo vestito addosso. L’amore riflesso ci dice ciò  che siamo in un determinato momento e forse vederlo può essere utile per  capire meglio noi stessi, per migliorarci. O forse anche solo per intrattenerci, ma che importanza ha? L’importante è stare bene ed essere felici.

  Ringrazio I.N. per i meravigliosi post che regala ogni giorno su FB. 
La terza cosa che mi ha colpita erano tanti papà con i loro bambini. 

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Nuove interpretazioni sopra un sonetto di Dante

image        L’amore puro è perfezione.

Nella seconda metà del 1200, in Italia, si sviluppò un movimento letterario che prese poi il nome di Dolce Stilnovo. L’iniziatore fu un tale Guinizzelli e al movimento aderirono nomi come Cavalcanti e, forse un pelo più famoso, Dante Alighieri. Spiegando le caratteristiche del movimento ai miei studenti di terza, non abbiamo potuto fare a meno di deridere i sommi poeti che vi presero parte. In sostanza il dolce stil novo mirava a cercare una soluzione pacifica tra il desiderio amoroso e la forte moralità religiosa che nel 1200 ancora aleggiava sulle teste di tutti. Se fino a quel momento infatti la letteratura era stata solo ed esclusivamente di argomento religioso, per inserirvi una nuova tematica come l’amore, era necessario trovare un modo che rendesse questo passaggio il più lieve e indolore possibile. Inoltre ricordiamo che in linea di massima nel medioevo l’amore carnale era considerato impuro, anzi impurissimo! E per amore carnale intendiamo non solo il rapporto sessuale completo di eiuaculazione, ma anche solo i bacetti e le carezzine. Allora in pratica gli stilnovisti hanno trovato l’espediente di angelicare la donna, ovvero ritenerla una creatura ultraterrena a cui dedicare versi amorosi sostenendo infine che lodando essa, si sarebbe lodato Dio. In questo modo si poteva tranquillamente elogiare in versi una donna, senza il rischio di essere ritenuti immorali.

Il commento dei miei studenti è stato: minchia, quante seghe!

Non ho potuto fare a meno di ridere e di constatare che non hanno poi tutti i torti.

Ma con Dante si raggiungono livelli ancora più alti, perchè lui non si limita a elogiare la donna e cantarne la bellezza (tanto gentile e tanto onesta pare…), ma fa un ulteriore passo avanti: nella sua opera intitolata La vita nuova egli narra il suo amore per tale Beatrice – sì, quella che poi ritroviamo nel paradiso della Commedia – la quale inizialmente lo saluta e lui gode come un pazzo, ma poi, quando ella nega il saluto per chissà quali ragioni, il Sommo Poeta prima si strugge, ma poi però capisce che in realtà non importa che lei lo saluti o meno, l’essere ricambiato nel suo amore non è ciò che gli procura appagamento; ciò che realmente gli dà gioia è il poter lodare la donna che lui ama. Così si sintetizza la poetica della LODA, ovvero l’appagamento amoroso che è inisto nel dire dell’amata cose bellissime, senza bisogno che lei lo ricambi. Detto in altre parole: siccome lei non gliela dà, lui trova un contentino e finge che non gli importi.

I miei studenti, che sono gli stessi del commento “quante seghe”, non possono non ritenere questa poetica della loda un’autentica minchiata, generata dal fatto che Dante fosse un povero frustrato, infelice con la moglie, innamorato di una che sposa un altro e quindi pateticamente convinto che a lui basti lodarla per essere felice: una specie di favola della volpe e l’uva un po’ modificata. Povero Dante. Però in effetti, come dar discredito a questa interpretazione data da fanciulli di terza superiore? Ogni evidenza è contro Dante e lo Stilnovo. Giustamente, uno che ama una la vuole quantomeno vedere nuda.

Ma lì io ho un’intuizione. E se fosse il vero amore quello di cui parla Dante? Se l’idea delle lodi fosse di fatto una metafora per dire di prendersi cura di qualcuno senza volere nulla in cambio? Non è forse questo l’amore più grande? Quello di amare così tanto qualcuno che non ci importa che cosa otteniamo in cambio, ci basta solo sapere che stiamo facendo di tutto perchè lui/lei sia felice. Non è così? E chi è in grado di amare così se non qualcuno che conosce perfettamente l’amore divino?

Marislio Ficino, un filosofo del 1400, scrisse una volta che il vero amore è il tentativo di volare alla bellezza divina. Che cosa intendeva dire? Che il vero amore è solo quello per Dio? Io non credo, perchè anche l’amore di una mamma è vero amore e anche l’amore per un amico o per una moglie non è da meno. Ma quante volte realmente accettiamo di amare qualcuno senza volere nulla in cambio? Quante volte ci capita di provare gioia solo nel sapere che quella persona lì è felice anche se non è tra le nostre braccia? Quanto siamo disposti a perdere per dare a chi amiamo?

Amore è proteggere chi amiamo, ma è anche saper dire la verità anche quando potrebbe far male. Amore è dire le cose come stanno per dare all’altro l’unica vera libertà: la possibilità di scegliere. Amare è saper accettare le scelte altrui anche quando ci feriscono. Amare è lasciar andare. Amare è prendersi cura di chi ci ha ferito; amare è carità, ma non pena. Amare è saper trovare la bellezza anche in un mare di fango. Non è facile.    Amare è facile, ma amare è ancora più difficile.

Amor ch’a nullo amato amar perdona: ancora Dante ci dice che l’amore non tollera di non essere corrisposto. Ma…

Dicono che l’amore più grande sia quello di una madre per un figlio. Io non so se è vero perchè di figli non ne ho, ma so che un figlio non amerà mai sua madre come lei lo ama perchè l’amore più grande è quello di una madre per un figlio e quindi il figlio amerà a sua volta più suo figlio che sua madre. E se poi è un maschio? l’amore di un padre per un figlio è grande come quello di una madre? Lo spero, altrimenti nascere uomo sarebbe una bella fregatura. Sta di fatto che se l’amore più grande è quello di una madre per un figlio, non resta che convenire che l’amore più puro è quello non corrisposto, almeno non corrisposto in termini di grandezza.

Ma se il vero amore è quello che dà senza ricevere, come faccio a capire che è amore e non masochismo puro?

Dante amava davvero in modo puro o era soltanto un segaiolo?

Ai posteri l’ardua sentenza.

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Quando l’alternativa alla sofferenza è il non sentire nulla

Scegliamo il dolore perchè nella sofferenza ci sentiamo umani e vivi.

 Il non sentire niente ci rende cadaveri. 

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Glamour Pink

Ricordo che era stato quando avevo smesso di fumare, o almeno mi illudevo e convincevo che fosse così. In realtà mi stavo rollando una sigaretta usando il tabacco di una Glamour Pink, quelle sigarette sottili da fichetta che non conosce nessuno e che io ho conosciuto perché, appunto, volevo smettere di fumare e ho pensato “se fumo sta merda, smetto di sicuro”. Quel giorno la svuotai per usare il tabacco e rollarmi una sigaretta e il gusto era decisamente migliore e lei mi disse “anche io lo feci una volta, di svuotare una sizza per rollarmene una migliore. Era il periodo in cui non mi sono accorta che stava cambiando la mia vita.”La guardai incuriosita, più per il pensiero che anche la mia vita potesse essere in procinto di cambiare, ma interpretò male il mio sguardo attento e cominciò a raccontarmi quella parte della sua storia.

Era successo qualche anno prima, quando viveva con il suo ragazzo e stava quasi pensando di essere arrivata, di essere parte di una famiglia. In quel preciso istante in cui si rollava il contenuto di una Philip Morris temeva anzi di essere già incinta, o gravida, come disse lei esattamente. Forse per questo stava cercando di smettere. Ma non era questo il punto. Il punto era che pochi giorni prima aveva fatto l’amore con un’altra persona. Era capitato così, senza che lo avesse realmente programmato, anche se l’aveva voluto. Si bevono due birre in più e le cose succedono e basta. 

Non le davo torto. E’ vero che le cose a volte succedono e basta e in quel momento, mentre lei lo diceva, ripensai immediatamente al mio amico V., quando cercava di convincermi che bisogna sempre uscire col proprio fidanzato, alle feste a capodanno, in discoteca, ad Halloween, in riva a un lago durante l’estate. Quando V. mi aveva fatto questo discorso non l’avevo appoggiato, essendo io una grande sostenitrice della libertà nella coppia; ma in quel momento, mentre lei diceva “le cose succedono e basta”, avevo immaginato che V. avesse ragione. Perché l’essere umano è portato alla lussuria animale e se il corpo vuole cedere, l’anima lo segue o quantomeno si spegne e lo asseconda. 

Quindi a lei era successo e basta; complici le birre e il chiaro di luna. 

Poi però era capitato di nuovo. Non si sentiva in colpa, non lo considerava un tradimento, perché il tradimento è una cosa diversa. “Ah sì?” le ho domandato a quel punto “E che cosa è tradimento, secondo te?” Mi spiegò che per lei tradimento era quando si mente alla persona con cui si sta; lei invece era stata sincera e a lui aveva detto tutto. “Lei ti dà cose che io non posso darti” aveva risposto lui e la cosa era più o meno finita lì.

Ma poi era ricominciata. E lei l’aveva baciata di nuovo. E poi era scomparsa. E lei pensava di aspettare un bambino dall’uomo che amava. Un bambino. Non l’aveva mai voluto, un bambino! Infatti non ce l’aveva. Ma da quel giorno continuò a pensarci perché la sua amante ne voleva. Quella era stata la loro ultima conversazione, quella sui bambini. La sua amante le aveva detto di volerne molti. Poi si erano lasciate andare, ognuna alla propria vita. Ma la vita adesso le sfuggiva di mano perché pensando di non avere più quel bambino, si rendeva conto quanto lo volesse: e non lo voleva per se stessa, ma si rendeva conto di volerlo per lei, per la sua amante. Aveva fumato poi altre centotrenta sigarette di tabacco di Philip Morris e aveva scelto di non pensarci più, ma quel pensiero la torturava. Nei suoi pensieri ad occhi aperti o chiusi, sognava di rimanere incinta per correre da lei a dirle “avremo un bambino, io e te” e si faceva schifo, nell’attimo dopo, per aver pensato a un’infamia simile. Fare l’amore con il suo compagno non aveva più lo stesso sapore se non quello del senso di colpa. 

Io l’ascoltavo e provavo senso di colpa per essermi fumata una sigaretta, dopo soli cinque giorni da quando avevo cominciato a cercare di smettere. Però la capivo, percepivo il suo felice disagio nel raccontare la sconcezza del suo cuore. 

“E poi com’è finita?” Le domandai, a quel punto interessata

“Lei ha sposato un tale di nome Juan e hanno tre bambini.” Fece una pausa in cui io aspirai un tiro del mio tabacco. “E io sono qui con te” concluse, e poi per l’ultima volta, sentì in bocca il sapore amaro del tabacco Glamour Pink. 

  
P.s. Questo post è più o meno frutto di immaginazione, quindi, per chi mi conosce, non fatevi i viaggioni. 

P.s.2 Questo post è dedicato a tutte le persone che non credono che ogni cosa avvenga esattamente quando e perché deve avvenire. Raga, vi sbagliate. 

P.s.3 Questo post è dedicato a tutte le persone che nel corso del cammin di loro vita, hanno scoperto di essere gay e ci hanno provato gusto. 

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Non si finisce mai di cadere

Quando una persona corre per più di 5 volte a settimana ci possono essere solo tre spiegazioni:
si sta preparando per una competizione agonistica, c’è qualche pensiero che lo affligge, si chiama Forrest Gump. Io mi chiamo Amelia Sword, sono un’insegnante e ho capito di avere un qualcosa che mi affligge quando il mio runtastic domenica si è congratulato con me per i miei 5 allenamenti settimanali. Considerando che fino alla settimana prima ogni lunedì lo stesso runtustic mi mandava un messaggino tipo “non ti sei allenata questa settimana!” oppure “E’ ora di rimetterti in forma!”, ho capito che sono davvero afflitta. Il fatto è che per alcuni di noi i periodi di merda si ripresentano con una frequenza un po’ troppo ravvicinata e non si ha il tempo di fare scorte di felicità che ci si ritrova di nuovo con la sabbia tra i denti. Non è facile, sapete? Per alcuni di noi si tratta di avere sempre carichi di pazienza, per altri enormi quantità di forza di volontà, per altri ancora container di ottimismo, per altri basterebbe una fornitura a vita di latte in polvere Mellin e pannolini. Insomma, c’è certa gente a cui spesso butta male e quindi corre. 

Quindi correvo lungo il naviglio, un naviglio totalmente ridimensionato grazie alla presenza in città di EXPO, reso bello e pedonale per un buon tratto. Ecco io evidentemente mi aggiravo sul tratto non pedonale quando nelle cuffie mi parte l’Adagio di Lara Fabian. Se non l’avete mai ascoltato, prima di proseguire aprite youtube e fatelo. Aspetto.

Le note della sua voce mi trasportano, come ogni volta, e io mi lascio andare ad esse come se ne fossi non cullata, ma tenuta stretta in un abbraccio in bilico su una corda da equilibrista. Corro e canto e forse chiudo un secondo gli occhi e li riapro appena in tempo per rendermi conto che un suv sopraggiunto alle mie spalle sta per investirmi e travolgermi, ma io con un colpo d’anca lo evito d’un soffio e cado dritta tra le braccia di un runner che giungeva dalla direzione opposta. Lui, impegnato a osservare la mia quasi morte (sapete quando vedete una scena e vi paralizzate anche se non sta riguardando voi? Come se ne subiste le identiche conseguenze in modo empatico e magari vi viene anche da muovere il vostro corpo, come per evitare, ad esempio in questo caso, l’auto che sta andando addosso alla ragazza di fronte a voi), beh ecco comunque lui non è pronto a reggere il mio arrivo e insieme cadiamo a terra, abbracciati, non sulla fune, né sulla rete di salvataggio, ma dritti sull’asfalto, quasi adagiandoci con cura. Ridiamo a crepapelle. Ci rialziamo e senza dire mezza parola lui alza il pollice, come a dire “complimenti per aver schivato così agilmente quella macchina.” Io alzo il pollice a mia volta facendo spallucce compiaciute e, ancora ridendo, riprendo il mio cammino. 

La notte scorsa ho fatto un sogno molto strano e abbastanza angosciante. Ero in motorino (che poi è diventata la mia macchina) e la mia migliore amica mi sorpassava in prossimità di uno stop e non si fermava, e immediatamente dopo la vedo schiantarsi in un frontale da paura con un’auto grigia che usciva da un garage. Il suo corpo a terra era l’immagine più spaventosa che io abbia mai visto in sogno, almeno da che ricordi. Le andavo vicino e lei mi diceva che aveva male ad ogni parte del suo corpo. Poi arrivava gente, poi l’ambulanza e io non riuscivo a parcheggiare la macchina (ex motorino), finché arrivava un mio collega e mi diceva che l’avrebbe parcheggiata lui. Il resto del sogno ha poca importanza. Il discepolo di Freud, Carl Gustav Jung (che si pronuncia jung e non jang), a sua volta fondatore di una scuola di pensiero, sostiene che nei sogni ogni attore, scena, cosa, animale che ci sia, si tratta sempre di trasposizioni di chi sogna. In questo caso, io sono la mia amica, il motorino, la macchina grigia, il mio collega, l’ambulanza, lo stop eccetera. E’ curioso. Tutti cercano di dare interpretazione ai sogni, ma nessuno pensa mai a quanto di se stessi ci sia in essi. E’ chiaro che io nel mio sogno ho lasciato andare avanti la parte di me che più ho in comune con la mia best friend e l’ho fatta schiantare contro un’auto e a momenti l’ammazzo, ma poi in realtà soffro molto all’idea di perderla. Oggi, di fianco a un’auto che sta per investirmi, schivo abilmente il colpo e ramazzo al suolo facendomi una gran risata.

Inizialmente non so che insegnamento ci sia in tutto questo. Non è nata nessuna storia d’amore tra me e il giovane travolto, non ho riportato ferite, la mia migliore amica è in ottima salute e il tizio al volante manco s’è accorto di aver rischiato di passare quei proverbiali brutti cinque minuti. Però ho visto una curiosa coincidenza nel sogno di stanotte e l’incidente reale avvenuto un’ora dopo il mio risveglio. 

Il fatto è che la gente dà poca importanza ai sogni, a meno che essi siano sconvolgenti, così come dà poca importanza ai fatti che accadono nella vita di ogni giorno, a meno che siano altrettanto eclatanti. Invece secondo Jung, ogni sogno è importante e, secondo me, ogni giornata nasconde una piccola cosa straordinaria, é solo che noi non ce ne accorgiamo. Se io e il runner travolto fossimo poi usciti a bere un aperitivo, la cosa sarebbe stata raccontata a tutte le mie amiche, ma visto che non è successo, l’episodio è rimasto nella mia routine. Allora ho deciso di regalarlo alla carta perché non è vero che non è successo niente. Questo episodio mi ha fatto tornare alla mente il mio sogno – sconvolgente – e mi ha anche regalato una grossa risata. Insomma, anche se non ci ho guadagnato un appuntamento, l’evento ha segnato la mia giornata e, probabilmente, in qualche modo, la mia vita.

C’è chi dice che nulla avviene per caso e, esattamente come nell’interpretazione dei sogni di Jung, una cosa qualsiasi della nostra realtà può determinare un cambiamento enorme in ciascuno di noi; il problema è che esattamente come in un sogno noi non ci focalizziamo sullo stop a cui la mia migliore amica non si è fermata, allo stesso modo nella realtà noi non ci soffermiamo sui dettagli ma solo sui grandi eventi, belli o brutti che siano. Mi spiego meglio: sebbene io mi sia svegliata con in mente solo il dolore davanti al corpo della mia amica dolorante, il vero elemento importante di questo sogno è proprio lo stop. Io non ho rispettato lo stop che io stessa ho messo nel sogno. Quello è il punto importante del mio sogno. 

Allora non posso fare a meno di domandarmi quante strade non ho intrapreso nella vita, quanti segnali ho ignorato, quante risate non mi sono fatta, solo perché non ho prestato attenzione a uno stop. E io peraltro sono una che queste cose le cerca e quindi, spesso, le vedo.

Ho delle amiche che in questo periodo stanno soffrendo, ovviamente per amore, per cos’altro se no? Il mio post è per loro, perché cerchino nel dettaglio la svolta che segnerà i loro prossimi passi e le loro radiose risate a crepapelle. 

  
 Non sempre cadere è un reale cadere. 

Un’aquila che pare stia precipitando in realtà sta volando consapevolmente verso il basso per nutrirsi. C’è qualcosa di triste in questo? Non credo che mangiare abbia mai dispiaciuto nessuno (anoressiche a parte, ma quelli sono altri problemi)

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La tua assenza è un assedio

La lontananza è come il vento – diceva il vecchio saggio popolare – spegne ciò che è piccolo e accende ciò che è grande. Ma che cagata è questa? Cioè, io credo molto ai saggi popolari e all’esperienza del demos, ma andiamo, in questo caso mi sembra che le cose non quadrino. In particolare mi preme sottolineare il fatto che c’è lontananza e lontananza e soprattutto: per quanto tempo? Cioè il fattore tempo è importante perchè se si tratta di una o due settimane in cui uno/ una non riesce a tenere chiusi i pantaloni, allora ok, evidentemente non sei coinvolto e il tuo falò è un cerino da chiesa che si spegnerà quanto prima, ma se si tratta di anni….come la mettiamo? In questo caso poi non si tratta nemmeno di astinenza sessuale, che magari uno potrebbe anche riuscirci a stare tre anni senza scopare (sì, l’ho detto), ma la domanda qui è: ma perchè??? Perchè dovrei stare tre anni senza scopare?

Negli ultimi tempi ho riflettuto a lungo sulle storie a distanza.

Lucia è una ragazza salentina che vive a Milano da un po’. Qualche anno fa, come al solito, torna al paese suo nel salento per trascorrere alcune settimane estive e durante questo soggiorno conosce Luca: carino, solare, le fa una corte spietata e la conquista. Passano insieme le poche settimane che mancano alla fine delle vacanze, dopodiché si salutano tra le lacrime, ma non si lasciano. Cominciano una storia a distanza. Lui lì, lei qui. Non è che io sia contraria, ma appena Lucia mi racconta questa storia, non posso far altro che mostrarmi scettica. I due si conoscono da poche settimane quindi non sanno nulla l’uno dell’altra e stando insieme a distanza la cosa non cambierà: continueranno a non conoscersi se non per qualche racconto di sè fatto al telefono la sera. Eppure i due si affezioneranno molto l’uno all’altra perchè l’abitudine funziona così. Per dirla in altre parole, se tua sorella vuole un cane e tu assolutamente no, ma quella te lo porta in casa lo stesso, nel giro di poche settimane lo amerai come se fosse tuo fratello, probabilmente anche più di tua sorella. Funzioniamo così, non ditemi di no. Quindi andrà a finire che Lucia e Luca si crederanno innamorati, mentre in relatà si sono solo affezionati all’abitudine di loro come coppia. Ma finchè uno scambia l’amore per l’affetto e viceversa, sai chi se ne frega? Non fa male a nessuno. L’inganno qui è ancora più spaventoso perchè Lucia penserà di amare una persona che in realtà non ha assolutamente idea se le piaccia o no. Se io mi affeziono a te per abitudine, è ovvio che quando vedrò i tuoi difetti sarò già affezionata e quindi cieca; in questo modo due persone che iniziano la loro relazione a distanza non sapranno mai se il brutto carattere di lei, lui l’ha accettato per amore o per scelta. Certo può capitare la botta di culo in cui fai partire una relazione a distanza e le cose vanno bene: poi ci si ricongiunge, seguono matrimonio figli e vissero per sempre felici e contenti. Non è il caso di Lucia, né delle altre 34 coppie che conosco, ma rimango aperta a eventuali segnalazioni.

Ben diverso è il caso di A. che sta con il suo ragazzo a distanza, ma dopo un primo anno di conoscenza approfondita e consapevole presa di coscienza dei difetti dell’altro, studiati a tu per tu e vissuti sulla propria carne e pianti con il proprio sangue ((sì, sto esagerando volontariamente). A. e Z. ora hanno una relazione a distanza e le cose sembrano andare bene da circa 8 anni. Sti cazzi ragazzi, ma come si fa? Il segreto è vivere una bella vita e sentire che il proprio partner è dentro di te. So che sembra incredibile – mi disse un giorno A. – ma ci sono persone, e di solito sono quelle che amano di più, che non hanno bisogno di cercarti o scriverti o vederti ogni secondo perchè loro ti portano dentro e mentre tu ti struggi lamentandoti delle sue assenze, lui ti porta dentro senza che tu te ne accorga. In questo modo tu guardi coi suoi occhi e vivi con la sua pelle. Questa è una cosa meravigliosa. 

J. e K. hanno iniziato una relazione aperta. Stanno insieme da 4 anni di cui gli ultimi due passati uno qua e uno là (si tratta di un paese estero). Stanchi di questo masturbarsi, hanno deciso di accettare il sesso con altre persone. Per ora la cosa sembra funzionare.

Rosa e Matteo hanno cominciato la loro relazione circa due settimane prima che lui partisse per un dottorato all’estero. Ricordo ancora quando lei andò a trovarlo quel weekend come se fosse ieri. Mi chiamò dall’aereoporto dicendomi di aver passato il più bel weekend della sua vita e che lui alla fine l’aveva lasciata. Distrutta dal dolore,, ha passato le seguenti ore ascoltando i tiromancino in un lettore MP3 non suo. Roba da star male. E perchè t’ha lasciata? – domando io. Perchè sta benissimo con me e a distanza sta male a causa della mia assenza – risponde lei. Io rido e le dico che di sicuro lui ci avrebbe ripensato in un paio di giorni. L’assenza è l’assenza, no? Se io ti manco, ti manco in ogni caso, anzi, se sai che non mi avrai mai più perchè mi lasci e rinunci a me, forse è anche peggio. 

Lassenza è un assedio, le parole pronucniate prima di dormire l’altra sera dalla mia mica G, citando una canzone. In tanti mesi di asssenza non ero ancora riuscita a trovare un modo più esatto per definire l’assenza. Assedio. Un assedio è quando un esercito si spalma intorno alle mura di una città e comincia un attacco per espugnarla. La cosa può durare mesi. In questi mesi chi vive dentro la città continua la propria vita, ma apportando piccole modifiche: raziona il cibo perchè sa che presto finirà e lo stessso fa con l’acqua e tutte le cose che servono nella quotidianità; ogni tanto arriva l’attacco, quindi interrompe le proprie attività per trovarsi un riparo e magari piange; durante un assedio la gente che vive in città a volte ha paura: paura innanzitutto di soffire e di morire, ma ha anche paura, a volte, nel suo cantuccio di paglia, circondato dalle poche scorte che gli sono rimaste, che questo assedio non finsca mai: e questa è la paura peggiore di tutte perchè dopo un po’ ti sei abituato alla paura e alle freccie che oltrepassano le mura, ma le tue scorte di cibo stanno esaurendo e l’acqua non ti disseta più; senti di aver quasi dimenticato il sapore di molte cose che negli ultimi mesi non hai mangiato eppure ne senti la mancanza; il tuo naso, assuefatto all’odore secco della polvere per i cannoni, vorrebbe poter ricordare il profumo del vento che sa di fiori; le tue dita continuano a fare ciò che hanno sempre fatto, ma tremano ogni mattina quando comincia l’attacco e tremano di sera, quando si teme l’attacco che non c’è stato la mattina. Lento l’esercito intorno a te vuole distruggere la città e tu  sai che le mura resisteranno e ti proteggeranno, perchè la tua è una gran bella città, ben fortificata; ma al contempo, essendo così forti, renderanno lungo e tormentoso l’assedio, tanto da farti desiderare a volte di essere in campo aperto a morire subito in uno scontro diretto, pur di non tremare all’idea che tutto questo possa non finire mai. 

E’ questa la domanda che hanno in comune le storie che ho raccontato: potrei fare diversamente? Ho alternative? La mia città è assediata, posso fuggire? Posso oppormi all’amore, rinunciando a una storia potenzialmente meravigliosa, solo perchè non viviamo nella stessa città? Certo la risposta dovrebbe essere negativa, ma io mi chiedo anche: perché devo accettare di fare sesso con uno che non sei tu? Io posso anche stare tre anni in astinenza, ma perché lo devo fare? Le mie mani continueranno a lavorare, ma perchè devo vederle ogni sera tremare? quando una città viene assediata, non è mai una scelta del popolo che la abita, tranne in pochi rarissimi casi. Sono i casi in cui uno desidera una storia a distanza perchè – per necessità o carattere – gli fa comodo così. In tutti gli altri casi, in realtà penso che non esista una risposta alla domanda “potrei fare diversamente?”, ma solo persone che vivono le loro storie e le loro vite in maniera differente. C’è chi preferisce un suicidio rapido ed eroico a un lungo e faticoso assedio e c’è chi sopravvive a oltranza con le scorte di acqua e carbone. C’è chi annusa la polvere da sparo e riuscendo ad evocare l’odore dei girasoli, e c’è anche chi rinuncia senza nemmeno provare. 

  
La lontananza dunque è come il vento, possiamo essere d’accordo. Ma occhio, perchè se brucia tutto non va mica poi tanto bene…

  
 Un possibile assediatore…
P.s. 1 Matteo si è ravveduto dopo una settimana realizzando le cose di cui sopra. Oggi hanno un bellissimo bambino. 
P.s. 2 Lucia e Luca si sono lasciati tra le bestemmie di lui e frasi tipo “ma con chi sono stata in questi anni?” di lei.

p.s. 3 Questo post è dedicato ad  A. e A. che mi hanno rifornito di acqua e pane negli ultimi mesi. 

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Un 21 : TFA = accontentarsi : felicità

Che io forse rifletta troppo sulle cose dell’universo probabilmente è vero. Che io veda collegamenti tra mondi disallineati, probabilmente è altrettanto vero. Che questa cosa spesso mi causi problemi o imbarazzi, è verissimo. Ma la mia mente è fatta così e non riesco a farla funzionare diversamente. 
Gli affezionati lettori di questo blog ricorderanno perfettamente le vicissitudini che una giovane donna (ma anche un uomo) deve affrontare per poter svolgere la professione insegnante: in particolare ci riferiamo al percorso TFA, tirocinio formativo attivo o, come lo ha definito oggi la mia compagna A., Tutto Fa Addormentare. Nella fattispecie trattasi di un percorso abilitante, della durata variabile che va da un anno a pochi mesi, a seconda di chi coordina, che prevede il susseguirsi ininterrotto di lezioni pomeridiane, tirocini a scuola e compiti da fare, libri da studiare, esami da sostenere. In tutto ciò la maggior parte di noi già insegna da anni. Sorvoliamo sull’utilità e la creanza di tale percorso, perché non è di questo che voglio oggi parlare. Però insomma, questo TFA serve. Serve perché se vuoi insegnare devi diciamo essere iscritto all’albo degli insegnanti e mentre per tutte le altre professioni, studi – di brutto per carità – e sostieni un esame di stato, per la professione docente di scuola media e superiore devi sostenere tre prove sullo scibile umano e sperare che il tuo punteggio sia abbastanza alto da farti rientrare nei posti disponibili (un centinaio per la statale), affrontare un anno/6 mesi di quanto detto sopra, scrivere una tesi, fare un colloquio orale, e infine fare un concorso a cattedre di nuovo sullo scibile umano. (Questo post è stato scritto un paio di settimane fa. Per la legge sulla buona scuola approvata ieri, seguirà un post specifico quando avrò sbollito la collera)
La questione che mi ha indispettito oggi, e che di conseguenza mi ha fatta riflettere, sta nella pubblicazione avvenuta ieri dei criteri di assegnazione dei punteggi che andranno a formare il voto finale. Il voto di laurea/abilitazione, lo potremmo definire. Dunque: tot punti per la tesi, tot altri per la discussione e infine tot media voto esami tfa+laurea magistrale+esami aggiuntivi. Capisco che per ora non riusciate a vederci nulla di oscuro. Il fatto è che non sapete cosa sono gli “esami aggiuntivi”. Gli esami aggiuntivi sono quegli esami che un povero studente di storia o archeologia deve recuperare per avere la possibilità di insegnare italiano a scuola. In pratica nessuna laurea umanistica è idonea all’insegnamento: a quelli di storia mancano esami/crediti in italiano, a quelli di geografia mancano esami di storia e a quelli di italiano mancano esami di storia e geografia. Semplice, no? Questo simpatico sistema è ovviamente entrato in vigore l’anno in cui la sottoscritta si è laureata, cosa che l’ha costretta a dover recuperare questi crediti dopo il conseguimento della laurea. Non solo: siccome il ministero aveva decretato l’uscita del primo ciclo TFA di lì a pochi mesi, il suggerimento dei più – professori eh, non il puzza puzza del Rattazzo – fu quello di sostenerli in gran fretta. E’ così che nel giro di due mesi sostengo 4 esami per un totale di 36 crediti; tutto molto bene, se non per quel piccolo diverbio con l’assistente di linguistica italiana, con la quale litigo per una divergenza d’opinioni sui contenuti di un libello, cosa che mi ha procurato un 21 (lei mi voleva bocciare, la professoressa voleva darmi 30), che io ho però accettato dal momento che la stessa docente mi disse: “ma si, se è per il TFA lo prenda e non ci pensi più”. Benissimo. Invece c’ho dovuto ripensare, eccome! Già, perché passate le selezioni propedeutiche al corso in sé, scopro che il punteggio è determinato anche dalla media esami laurea magistrale+esami aggiuntivi. Merda. Quel 21 mi ha portata sotto la media del 28, punti assegnati 0. Zero!!! Aggiungo che qui si sta parlando del secondo ciclo TFA, perché per il primo ciclo – quello per cui avevo fatto le cose di fretta, non avevo passato la terza prova preselettiva, ero partita per l’Inghilterra e ciao ciao. Due anni dopo mi ritrovo a sostenere di nuovo tutto l’ambaradan e a vedermi esclusa (ero la 107 su 100 posti), a causa del mio 21. Da non crederci, eh? Ma il mondo non voleva che finisse così, quindi sono stata ripescata e ho cominciato il TFA secondo ciclo in gennaio 2015. Quindi insomma, alla fine va anche bene, tutto si è risolto per il meglio, ora possiamo dimenticarci dell’evento “prendo e non ci penso più”. Queste parole stamattina davanti alla pubblicazione dei criteri di assegnazione punteggi per il voto finale TFA, suonavano nelle mie orecchie come la più spaventosa delle minacce. Non ci pensi più un cazzo! Questo 21 è ancora lì a rompermi i coglioni. Scusate il gergo poco educato. 

 
Considerazioni generali: questo episodio mi ha inevitabilmente portata alla conclusione che nella vita non bisogna mai mai mai accontentarsi di un 21. Se sai di valere 30, non prendere mai meno di 28. Non importa se lo fai perché credi di dover raggiungere un fine imminente: non bisogna accontentarsi mai, perché prima o poi farà media. Ricordatelo, è una minaccia. 

  
Per fare questa immagine mi sono avvalsa di nuovi strumenti digitali, come ci hanno insegnato al tfa.

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Se… : brevissima lezione sul periodo ipotetico e il significato della storia 

Ho una caviglia ingessata: sono caduta oggi mentre correvo, scivolando da una discesina di un passo carraio perché una macchina della polizia locale occupava il marciapiede. La polizia locale era lì perché oggi in via Carducci a Milano decine di persone in abiti da lavoro o con delle tute azzurre fornite da non so chi, si dava da fare per pulire vetrine e muri imbrattati dalle scritte di giovanotti e delinquenti che tra no expo e manie di autocelebrazione, hanno deciso di fare della città la loro tela.  L’odore dell’ammoniaca era così forte da rendere l’aria quasi irrespirabile. Erano molto belli: ragazzi, adulti, anche anziani e qualche papà con bambini al seguito. Pulivano. E’ una bella cosa, una bella cosa che non sarebbe successa se durante la manifestazione del primo maggio delle persone non avessero insozzato il centro città con le loro scritte e il loro vandalismo. Hanno distrutto, bruciato, dipinto. hanno dipinto, bruciato, distrutto. Questa è una brutta cosa, che ne ha generata una bella che poi ne ha generata una brutta: perché io non sarei scivolata se la polizia non fosse stata lì per assistere chi puliva e chi puliva non sarebbe stato lì se non ci fossero stati i delinquenti che hanno imbrattato i muri; d’altra parte quei delinquenti non sarebbero stati lì se non fossero stati incazzati con l’esistenza di expo; e expo non esisterebbe se non fossimo in questo sistema economico; e non saremmo in questo sistema economico se durante il 900 la Russia avesse imposto il suo sistema, anziché farci soggiacere sotto quello USA; e gli Stati Uniti d’America non avrebbero avuto questo sistema se non avessero ottenuto l’indipendenza dalla madrepatria Inghilterra nel 1775 o se Cristoforo Colombo fosse stato fermato da Troisi e Benigni che hanno provato a raggiungere porto Palos nel 1492*. Se…

Potrei andare avanti, anzi indietro, all’infinito e mi ritroverei a dire che non mi sarei rotta la caviglia oggi se non ci fosse stato il big bang, ammesso poi che ci sia stato. Se non…ma c’è stato! c’è stato tutto. Ragionare per periodi ipotetici può essere rischioso e fuorviante, quando si parla di storia, quando si parla di vita! Perché che cos’è la storia se non la nostra vita?? La vita di tutti noi??!! 

Nella lingua italiana esistono tre tipi di periodo ipotetico: quello da me usato in questo post è il periodo di III tipo, denominato periodo dell’irrealtà e caratterizzato dall’uso dei tempi storici (imperfetto e trapassato del congiuntivo – il modo della soggettività e del dubbio) nella protasi. Il periodo ipotetico di terzo tipo indica eventi irreali o irrealizzabili in quanto avvenuti nel passato. 

Il periodo di II tipo – quello della possibilità – indica invece conseguenze possibili, ma non certe (anche per questo si usa il congiuntivo). 

Il I tipo, caratterizzato dai tempi presente e futuro del modo indicativo, è invece detto della realtà perché indica qualcosa che succederà certamente. E’ bene specificare che il modo indicativo è quello che dà certezza all’azione e la colloca nella realtà.

   

 

Bene, alla fine di questa giornata penso che certamente se non fossero successe tante cose, oggi io non mi sarei rotta la gamba, ma penso anche che se non ci fossero stati i delinquenti del primo maggio, oggi molta gente, invece che vivere una bella giornata in compagnia e condivisione a pulire la nostra meravigliosa città, sarebbe rimasta a casa a guardare la tv; e penso anche che quelli che hanno dipinto, bruciato e distrutto siano degli stupidi, ma non avrebbero fatto ciò che hanno fatto se non vivessimo in un sistema economico sbagliato; lo stesso sistema economico che però ci permette di curarci, ma che allo stesso tempo genera nuove malattie e per quelle malattie inventa nuovi farmaci e di nuovo potrei andare avanti – o indietro – all’infinito. Siamo di nuovo al Big bang. 

Sterile retorica la mia, perché tutto ciò che è successo, è successo!  Quindi ne concludo che il periodo ipotetico che meglio si adatta alla logica della storia rimane quello di primo tipo: se vogliamo cambiare il mondo, possiamo farlo. Presente indicativo. Se potete non parcheggiare le macchine sui marciapiedi, ve ne sono grata. Se sarò felice, sarò felice. e basta. Futuro. Presente e futuro. Questo ci rende attivi attori della storia. Questo è ciò che conta. Il nostro è il periodo che conta – se mi permettete l’uso polisemico del termine. La storia non ci insegna a cambiarla: la storia ci insegna a come agire nel nostro presente per non farci coglionare in futuro. Se sostengo un sistema economico sbagliato, ci sarà chi farà cazzate per boicottarlo**: se me ne fotto dell’ambiente che mi circonda e produco quintali di spazzatura tossica, non basterà un po’ di ammoniaca per ripulire. E’ una certezza***. Io sostengo il periodo del primo tipo. 

*per questa citazione si veda il film Non ci resta che piangere. Documentario impareggiabile sul periodo ipotetico e l’inefficacia del “se” nella ricerca storica. 

** Sia chiaro che non intendo affatto dire che abbiano fatto bene; solo dico che una causa produce e produrrà sempre lo stesso effetto. Inutile lamentarsene dopo. 

***Arianna, questa è per te. 

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Smetti di fumare

Vi racconto una storia. Poi ne parliamo.

Doveva partire e questo lei non lo sopportava. Egoista incapace di vivere senza il suo fiato sul collo, nuovi baci.

Almeno prometti che ci vedremo a Balci.

Non ho i soldi, rispose, non posso. E lei si rabbuiò nel cuore come solo i suoi occhi erano in grado di fare e lui immediato aggiunse “venderò qualcosa, verrò.” Lei sorrise, nel petto.

Poi, quando partì, la mancanza di lui si fece feroce; lo bramava con ogni cellula del suo corpo, con ogni bulbo, ogni sospiro, tutta la sua vita, diceva, lo voleva. 

Lui la chiamava anche se era lontano, ma lei non riusciva a darsi pace. Una sera poi lui disse

Sto per finire i soldi, tra poco non potremo più parlare.

Come faremo domani? Incalzò lei, già disperata. Tu non hai soldi. 

Non preoccuparti, qui è casa mia, da qualche parte li prenderò.

E li trovò davvero perché il giorno seguente parlavano ancora e ancora di tanto e di risa, di gente, di niente, di troppo, di loro.

Di chi è la tua anima? Lei disse.

 La mia anima è persa. La tua anima è mia.

Non puoi avere la mia anima senza che io abbia la tua.

Allora prendila, io te la dò. 

sorrise di nuovo, maliarda.

Com’è andata la tua giornata, chiese lui una sera

Bene, rispose

Sei felice? – Domandò come se nella sua lingua volesse dire qualcosa di diverso che dal resto del mondo.

Lei sapeva quando non era felice e rispose sì, sono felice. E tu, sei felice?

Io non posso essere felice.

Perché?

Perché sai che sono cattivo

Io non voglio che tu sia cattivo

Con te sarò..

Se tu sei cattivo mi farai del male

Allora non sarò cattivo, perché non ti farò del male

Io voglio che tu sia felice

Allora sarò felice.

Cosa posso  fare per renderti felice?

Lui non poteva guardarla come non guarda il mare, ma disse

Smetti di fumare. 

 Tre domande: 1- é amore? Sono certa che molti dicono di sì. Ma quale dei due è amore? Quello di lei o quello di lui? 

2- Si può smettere di fumare per amore? Chissà, magari è un metodo che funziona. Lei smetterà? Gli ha chiesto anche l’anima e lui ha accettato. Se non smettesse sarebbe una stronza, ecco cosa pensano i più. E alcuni invece dicono che se ami, ami tutto e non cerchi di cambiare chi ami. Non sapremo purtroppo mai cosa lei abbia scelto di fare. Ma perchè lui vuole che lei smetta? 

Vivere una vita dove i morsi fan meno male dei rimorsi. 

 3- Lui disse una volta: “mi fa male il cuore” allora lei gli chiese perchè e lui rispose: “c’è troppo dolore.” Poi disse “mi fanno male le spalle” lei chiese perchè e lui disse che sentiva il peso del mondo. Poi la prese in braccio, e dopo molti metri percorsi in un abbraccio, lui lamentò ancora un dolore alla schiena. “questa volta è diverso” disse “fa meno male di prima”. Sono più forti i dolori dell’anima o i dolori del corpo? Sono certa che la risposta più immediata sarà che sono i dolori dell’anima a fare più male, ma io vi invito a pensarci bene, perchè forse noi non abbiamo mai davvero conosciuto i dolori del corpo. Diceva Epicuro che un dolore o è forte e dura poco, oppure è tenue e dunque sopportabile. Il dolore dell’anima è tenue e sopportabile. Ma continuo. Un morso, un pugno, tanti pugni, tanti morsi fanno male, malissimo. Chi lo sa, io non lo so. Il punto è che lei sente il dolore dell’anima, un’anima che ha sete insaziabile di lui e lui cura ogni cosa: fumare fa male al corpo. 

Sì, avete ragione. Questo è senza dubbio un post un po’ delirante. In questo periodo mi butta così. 

Ove sia chi per prova intenda amore/Spero trovar pietà nonché perdono. (Petrarca, Voi ch’ascoltate)

  

Forse avevo solo voglia di raccontarvi un sogno. 

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